“L’America, tra sogni e disincanti”

19 settembre 2025, ore 21:00

La mostra è aperta la Domenica dalle 16.30 alle 19 fino dal 21 settembre al 23 novembre.
O su appuntamento. Ingresso libero.
Per l’inaugurazione gradita conferma via email a lab27.it@gmail.com

 

Prossimi incontri:

Domenica 12 0ttobre, ore 16:30, con Nicola Cappellari. Lasciarsi sorprendere dalla marea.
Domenica 26 ottobre, ore 16:30, con Manuel Canalles. Breve guida per turisti radicali nella Val Venosta
Domenica 02 novembre, ore 16:30 con Nicola Moscelli. Un viaggio archeovisivo lungo il confine tra Stati Uniti e Messico
Domenica 16 novembre, ore 16:30 con Dionisio Gavagnin. La fotografia della Gold rush californiana, 1848-1855

 


ENGLISH BELOW


Breve intro

Lab27 inaugura, a Treviso, il venerdì 19 settembre alle ore 21:00 la programmazione espositiva 2025/2026 con la mostra, a cura di Steve Bisson e Dionisio Gavagnin, “L’America, tra sogni e disincanti” che si interroga su cosa rappresenti ancora oggi l’America per l’immaginario occidentale che continua a inseguire evoluzioni, miti e derive. Il percorso espositivo intreccia sguardi storici tratti dalla Collezione di Dionisio Gavagnin – un archivio che custodisce icone della fotografia americana del Novecento – con quelli più contemporanei tratti dalla pubblicazione “American Eden” di Valerio Geraci, che dal 2016 percorre al volante gli Stati Uniti per rincorrere l’essenza, le contraddizioni, la bellezza ruvida e la forza mitopoietica che lo affascina fin dall’infanzia.
Non si tratta dunque di una esposizione lineare, ma di una visione ellittica, fatta di contrappunti, echi e rimandi tra passato e presente. Un vocabolario visivo che ruota attorno a concetti che per decenni hanno alimentato la letteratura, il cinema e soprattutto la fotografia, e che oggi sembrano giunti a una fase critica.

 

Valerio Geraci paesaggio america american eden stati uniti fotografia mostre esposizione treviso books biblioteca lab27
William Henry Jackson, Royal Gorge, Grand Canyon of the Arkansas, 1880 ca., Stampa all’albumina

 

Sinossi della mostra

 

Lo spirito pioniere. Si parte dal viaggio verso l’ignoto, il mito della frontiera, il carro e il cavallo come archetipi di un’epopea fondante. Il dittico che affianca Walker Evans (1933) e Geraci (2023), a novant’anni di distanza, suggerisce una sorprendente continuità d’intenti: lo sguardo sul margine, la tensione a una verità nascosta nelle pieghe del quotidiano in cui si cela uno spirito di affermazione e vittoria. La cifra estetica cambia, ma la postura dello sguardo resta.
La terra promessa. L’America come Eden originario: vasta, aperta, da conquistare. Un luogo di speranza e di ambizione. Le fotografie di O’Sullivan, Jackson, Curtis e Weston coprono un arco temporale che va dal 1874 al 1937, restituendo visioni iconiche di una natura incontrata dallo sguardo calcolatore, indagatore, documentario. È un preludio alla trasformazione del modo di percepire il mondo operata dalla macchina, un percorso che conduce fino ai giorni nostri e alla fotografia di Geraci (2021), in cui una biscia d’asfalto serpeggia nel paesaggio monumentale dello Utah: immagine potente della progressiva dissoluzione di quell’innocenza primigenia. L’intervento dello sguardo che manipola, cataloga, normalizza è ripreso nell’approccio seriale e industriale di Joseph Dankowski, il quale schematizza la visione e anticipa l’esegesi digitale attraverso la riproducibilità dei suoi tombini (1969-1971). A distanza di decenni, Geraci sembra fargli il verso con uno scatto vernacolare a Saint Martinville.

 

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Valerio Geraci, Oljato-Monument Valley, Utah 2021

 

Il mito del progresso. Dalla conquista della terra a quella dell’asfalto: il progresso, in quanto narrazione salvifica, è messo in discussione da immagini che mostrano la trasformazione impattante e alienante del paesaggio. I parcheggi anonimi di un qualunque insediamento commerciale nel dopoguerra di Robert Frank (1955), per ritrovarci in un altrettanto desolante piazzale per turisti sullo sfondo della diga Hoover, in Nevada con Geraci (2016). Già nel 1947, Esther Bubley ci conduceva a bordo di un autobus Greyhound, simbolo di un’America percorribile “coast to coast” dove il viaggio si fa transito in una geografia ormai colonizzata dallo sguardo.
Ma vi è un’altra velocità: quella di chi non partecipa alla corsa o vi è escluso. L’uomo ritratto da Elliott Erwitt in North Carolina nel 1950 e quello fotografato da Geraci in Louisiana nel 2018 sembrano lo stesso: cappello, camicia bianca. Un dittico temporale che trova il proprio baricentro nella fotografia di Mydans (1936), con una coppia in un interno austero nell’Ohio rurale. Di nuovo la provincia, la stessa attraversata da Geraci, non per caso ma per scelta: perché lì si avverte il battito più sincero e trascurato dell’America profonda.

 

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Elliot Erwitt, Wilmington, North Caroline 1950

 

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Valerio Geraci, Lanky, Saint Martinville, Louisiana 2018

 

Mentre il mito si fa simbolo. Nel 1978 Joel Meyerowitz fotografa un’insegna McDonald’s accanto alla bandiera americana: due icone sovrapposte che segnano il passaggio dal sogno collettivo al consumo individuale. Il sogno è stato plagiato dalla civiltà dell’hamburger. Il sogno è ora brand, consumo, industria. E decenni dopo, Geraci ne registra la tenace persistenza – un altro McDonald’s, a Yuma, Arizona – dove il paesaggio è ormai piegato a una grammatica funzionale, omologante. Qui la figura del padre, spogliato nella penombra di una stanza in un motel del Tennessee (2017), diventa un viatico sulla condizione umana, già come lo sguardo nudo di Kee, un ragazzo sdraiato nell’obiettivo di Nan Goldin (1988).
La televisione come strumento di ortopedizzazione delle masse e diffusione del mito. Un tempo regina del salotto e dell’immaginario collettivo. La TV che Stephen Shore ritrae nel 1975 è al centro dell’inquadratura, e riempie la stanza, è padrona della scena. In Geraci invece è relegata in un negozio sfitto in Mississippi (2017), ad un angolo in disparte: spenta, dimenticata, soppiantata dal flusso tascabile dei social. L’intrusione televisiva come preludio alla smaterializzazione dell’immaginario operato dal panopticon delle Big Tech.

 

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Nan Goldin, Kee in bed, E. Hampton, NY 1988

 

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Valerio Geraci, Room #313, Guest House Inn and Suites, Nashville, Tennessee 2017

 

Un sogno si incrina. Per alcuni, l’American Dream è ora un miraggio o fonte di contestazione. Nella foto di Joe Deal, del 1978, l’astrazione del paesaggio stradale anticipa il caos contemporaneo, una cartografia impazzita: un’eco che ritorna nella foto di Geraci con una macchina capovolta in Nebraska (2018), fuori strada. Ancora, nel 1975, Lee Friedlander ironizza sull’America monumentale costretta in una rotatoria, in una sorta di loop storico involutivo. Joel Sternfeld anche si allontana nel 1984, e ci mostra il volto di un cieco negli avamposti dell’Alaska, in un giardino lussureggiante che non può vedere. Anticipa il clima paradossale di un occidente al tramonto, prossimo al buio. Lo sguardo di un uomo di mezza età colto da Geraci in Wyoming (2017) è rivolto altrove, altrove rispetto anche al fotografo, alla fotografia, per catturare nella sua intensità l’azzurro dei cieli.

 

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Valerio Geraci, Brady, Nebraska 2018

 

Diane Arbus, nel 1965, fotografa una famiglia durante un concorso per nudisti: siamo all’alba di una rivoluzione del corpo. Un corpo che verrà sdoganato, tradotto a merce per l’intrattenimento. Oggi quel corpo è spettacolo, prodotto, performance. Le cheerleader texane di Geraci, vestite da cowboy e bagnate da una luce dorata, sembrano incarnare una nuova messa in scena del desiderio e del conformismo (2018). Tra eros e marketing, l’individuo è ormai la sua immagine. La famiglia, e la casa. Simboli fondanti dell’immaginario borghese americano. Dorothea Lange (1935) ritrae, in pieno Dust Bowl, una famiglia lungo l’autostrada: sradicati ma compatti in una disperata unità, tragicamente reali. Nel 1972 Bill Owens ci conduce nella suburbia americana, lì dove ormai trovano rifugio ed espressione le aspirazioni dell’americano medio. E a modo suo, Geraci, lungo il suo viaggio, trova una famiglia e una casa a Brady, in Nebraska (2023). Li fotografa durante l’intimità di una decorazione natalizia: un momento insieme sacro e profano, rassicurante e precario, che ricorda quanto la stabilità familiare sia fragile e insieme capace di resistere a imprevisti e conseguenze esterne.

 

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Bill Owens, Untitled da “Suburbia” 1972

 

Il progetto editoriale “American Eden” di Valerio Geraci non pretende di offrire una lettura esaustiva dell’America, ma apre una serie di finestre su quel sogno potente e contraddittorio che ne ha fatto un riferimento – e un modello – in Occidente. Così, la mostra “L’America tra sogni e disincanti” è un invito a riflettere su un sogno che ci riguarda ancora da vicino quali spettatori della parabola americana. Non è un epitaffio, ma forse un momento di esitazione critica. Geraci, insieme a illustri suoi predecessori, ci esorta a non semplificare e piuttosto a metterci in strada, a osservare più da vicino, per tentare di capire – o almeno di circoscrivere. Guardare come scelta, come atto poetico e di comprensione.

 


ENGLISH


The exhibition is open on Sundays from 4:30 PM to 7:00 PM, from September 21 to November 23. Closed or by appointment. Free admission. For the opening, confirmation by email to lab27.it@gmail.com

is appreciated.

 

Upcoming meetings:

Sunday, October 12, 4:30 PM, with Nicola Cappellari. Let yourself be surprised by the tide.
Sunday, October 26, 4:30 PM, with Manuel Canalles. A Short Guide for Radical Tourists in Val Venosta
Domenica 02 novembre, ore 16:30 with Nicola Moscelli. Dead End: An Archaeovisual Journey Along the U.S.–Mexico Border
Sunday, November 16, 4:30 PM, with Dionisio Gavagnin. Photography of the California Gold Rush, 1848–1855

 


 

 

Brief Introduction

On Friday, September 19th at 9:00 PM, in Treviso, Lab27 will inaugurate its 2025/2026 exhibition program with America, Between Dreams and Disenchantment, a show that questions what America still represents today for the Western imagination—an imagination that continues to chase its evolutions, myths, and drifting trajectories.
The exhibition weaves together historical perspectives from the Dionisio Gavagnin Collection—an archive preserving icons of 20th-century American photography—with more contemporary visions from American Eden by Valerio Geraci, who, since 2016, has been driving across the United States in search of the essence, contradictions, rugged beauty, and myth-making force that has fascinated him since childhood.
This is not a linear exhibition, but an elliptical vision, made up of counterpoints, echoes, and connections between past and present. A visual vocabulary built around concepts that for decades have fueled literature, cinema, and above all photography—and which today seem to have reached a critical turning point.

 

Exhibition Synopsis

The Pioneer Spirit. It begins with the journey into the unknown: the myth of the frontier, the wagon and the horse as archetypes of a founding epic. A diptych pairing Walker Evans (1933) and Geraci (2023), ninety years apart, reveals a surprising continuity of intent: a gaze towards the margins, a tension toward a truth hidden in the folds of the everyday, where a spirit of assertion and triumph resides. The aesthetic language changes, but the stance of the gaze remains.
The Promised Land. America as an original Eden: vast, open, to be conquered. A place of hope and ambition. The photographs of O’Sullivan, Jackson, Curtis, and Weston span from 1874 to 1937, offering iconic visions of a nature encountered with a calculating, probing, documentary gaze. This is a prelude to the transformation in how the world would be perceived through the machine—leading up to Geraci’s 2021 photograph, in which a ribbon of asphalt winds like a snake through Utah’s monumental landscape: a powerful image of the gradual erosion of that primal innocence.
The act of looking—manipulating, cataloging, normalizing—reappears in the serial, industrial approach of Joseph Dankowski, who systematizes vision and anticipates digital exegesis through the reproducibility of his manhole covers (1969–1971). Decades later, Geraci playfully echoes this with a vernacular shot in Saint Martinville.

 

The Myth of Progress. From conquering the land to conquering asphalt: progress, as a salvific narrative, is questioned through images showing the alienating transformation of the landscape. Robert Frank’s (1955) anonymous parking lots of postwar commercial settlements give way to Geraci’s equally desolate tourist lot near Nevada’s Hoover Dam (2016). Already in 1947, Esther Bubley took us aboard a Greyhound bus—symbol of a coast-to-coast America—where travel becomes transit in a geography already colonized by the gaze.
But there is another speed: that of those who do not take part in the race, or are excluded from it. The man in Elliott Erwitt’s North Carolina photograph (1950) and the one Geraci captures in Louisiana (2018) could be the same: hat, white shirt. A temporal diptych balanced by Mydans’s 1936 portrait of a couple in a stark rural Ohio interior. Once again, the provinces—the same that Geraci traverses—not by chance, but by choice: because here the heartbeat of deep America is most authentic and most overlooked.

When the Myth Becomes Symbol. In 1978, Joel Meyerowitz photographed a McDonald’s sign next to the American flag: two superimposed icons marking the shift from collective dream to individual consumption. The dream has been co-opted by hamburger culture—now brand, consumption, industry. Decades later, Geraci records its stubborn persistence: another McDonald’s, in Yuma, Arizona, where the landscape has been bent to a functional, homogenizing grammar. Here, the figure of a father—undressed in the half-light of a Tennessee motel room (2017)—becomes a meditation on the human condition, much like the bare gaze of Kee, a boy reclining before Nan Goldin’s lens (1988).
Television as a tool for shaping the masses and disseminating the myth—once the queen of the living room and the collective imagination. Stephen Shore’s TV (1975) is centered in the frame, dominating the scene. In Geraci’s work, however, it’s relegated to a vacant storefront in Mississippi (2017), tucked in a corner: switched off, forgotten, supplanted by the pocket-sized stream of social media. The intrusion of television as a prelude to the dematerialization of imagery under the panopticon of Big Tech.

 

For some, the American Dream is now a mirage—or a source of protest. In Joe Deal’s 1978 photo, the abstraction of a roadscape foreshadows contemporary chaos, a deranged cartography echoed in Geraci’s overturned car in Nebraska (2018), stranded off-road. In 1975, Lee Friedlander wryly confines monumental America to a traffic circle—an involutionary historical loop. Joel Sternfeld, in 1984, shows us the face of a blind man in Alaska’s outposts, surrounded by a lush garden he cannot see—anticipating the paradoxical mood of a West at sunset, edging into darkness. The gaze of a middle-aged man Geraci meets in Wyoming (2017) turns elsewhere—away from the photographer, away from the photograph—seizing, in its intensity, the blue of the skies.
In 1965, Diane Arbus photographed a family at a nudist competition: the dawn of a body revolution. A body that would be legitimized, commodified for entertainment. Today, that body is spectacle, product, performance. Geraci’s Texas cheerleaders (2018), dressed as cowboys and bathed in golden light, seem to stage a new choreography of desire and conformity. Between eros and marketing, the individual has become their own image.
Family and Home. Foundational symbols of the American bourgeois imagination. Dorothea Lange (1935) captures, in the midst of the Dust Bowl, a family along the highway: uprooted yet united in desperate togetherness—tragically real. In 1972, Bill Owens takes us into suburban America, where the aspirations of the middle class find refuge and expression. And, in his own way, Geraci encounters a family and a home in Brady, Nebraska (2023), photographing them in the intimacy of Christmas decorating: a moment at once sacred and profane, reassuring and precarious—a reminder that family stability is fragile, yet capable of withstanding unforeseen challenges.

 

Valerio Geraci’s editorial project American Eden does not claim to offer an exhaustive reading of America, but rather opens a series of windows onto that powerful and contradictory dream that has made it a reference—and a model—in the West. Likewise, the exhibition America, Between Dreams and Disenchantment invites us to reflect on a dream that still concerns us as spectators of the American arc. It is not an epitaph, but perhaps a moment of critical hesitation. Geraci, together with his illustrious predecessors, urges us not to simplify, but instead to take to the road, to look closer, in an attempt to understand—or at least to define the boundaries. To look as a choice, as a poetic and understanding act.